Perquisite le case di alcuni lavoratori del Porto di Genova, l’unica loro colpa e aver manifestato pacificamente contro il traffico d’armi.

Il  24 Febbraio scorso la Digos ha perquisito le case di 5 lavoratori del Porto di Genova, appartenenti al Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova, che l’anno scorso si sono resi protagonisti di azioni contro le navi della flotta Bahari, che trasportava armi per rifornire l’Arabia Saudita di mezzi bellici ad alta tecnologia nella guerra genocida contro lo Yemen. Durante le perquisizioni di abitazioni e di auto dei lavoratori portuali sono stati sequestrati alcuni fumogeni, utilizzati durante le proteste e parecchio materiale informatico e schede telefoniche. L’avvocato difensore dei 5 portuali, Laura Tartarini ha dichiarato alla stampa cittadina che “L’indagine ci sorprende molto, perché le contestazioni si riferiscono a manifestazioni che sono state ampiamente pubblicizzate sui social dai miei assistiti e ora vengono rivendicate con orgoglio dagli stessi lavoratori portuali. Nel fascicolo aperto dal Pubblico Ministero Marco Zocco contro i 5 portuali genovesi, si parla anche di attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti, vedremo in cosa consiste. Il lancio di fumogeni di per sé è un reato che prevede una contravvenzione, mentre invece nel fascicolo si imputa ai 5 l’accusa di associazione a delinquere.” Nel fascicolo aperto dalla Procura di Genova, il Pubblico Ministero Marco Zocco non si limita solo alle mobilitazioni pacifiche contro le navi che trasportavano armi destinate all’Arabia saudita, verificatesi nel Porto di Genova a Febbraio e ad Agosto del 2020, ma si menziona anche i blitz di militanti di Genova Antifascista contro le sedi di Casa Pound, Forza Nuova e Lealtà Azione che si tradussero solo in scritte sui muri delle sedi di queste organizzazioni neo fasciste e il danneggiamento di alcune porte di entrata di queste sedi. Nel fascicolo si cita anche il raid di questi 5 lavoratori, avvenuto a Castiglion Fibiocchi, in provincia di Arezzo, dove avrebbero appeso uno striscione e fatto scritte sui muri contro Alessandro Albertoni e Luca Vaneschi, che abitano proprio in questo paese dell’Aretino e che sono stati assolti dall’accusa di colpa nella morte a Barcellona, nel 2011, della giovane genovese Martina Rossi, figlia unica di Bruno Rossi, collega dei lavoratori portuali indagati e storico sindacalista del Porto di Genova.

Alle perquisizioni il Calp ha reagito con un comunicato che riportiamo qui di seguito e con un video trasmesso sui social in cui accusano la Procura di Genova di aver voluto, con dei pretesti, mettere sotto accusa le manifestazioni pacifiche che il Calp ha portato avanti con successo nel 2020, ottenendo a questo proposito persino l’ammirazione del Pontefice, proprio perché si sono trattate di manifestazioni decise ma pacifiche contro il commercio delle armi, che tante morti innocenti procurano in tutto il mondo. Di fronte a queste contestazioni gli inquirenti, stretti tra mille contraddizioni, hanno risposto tramite comunicato stampa, ripreso dal quotidiano cittadino il Secolo XIX,  che “le manifestazioni pacifiche non si fanno con le armi”.

Al di là dei dettagli e delle particolari accuse, pensiamo che questo fascicolo aperto contro i 5 lavoratori portuali, sia un atto repressivo, per colpire chi ha avuto il coraggio di dire no al mercato di morte e si sia opposto con coraggio al traffico di armi, di cui il Porto di Genova è diventato tappa importante e che ha avuto la solidarietà e il sostegno e, cosa ancor più grave per chi comanda questo mondo dominato dall’imperialismo capitalista, l’emulazione di tanti altri lavoratori portuali d’Europa. Un precedente troppo pericoloso per il capitale industriale delle armi, che rischia di allargarsi a macchia d’olio in tutti i porti e che deve essere soffocato dalla nascita. Ecco come si deve interpretare questo fascicolo aperto dalla Procura di Genova e le perquisizioni e intimidazioni contro i 5 lavoratori del Porto di Genova.

 

Ecco il comunicato emesso dal Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova:

La Digos ha perquisito le case di alcuni compagni del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova (CALP) su ordine della Procura di Genova. I reati contestati riguardano la attività sindacale e antimilitarista in porto, con preciso riferimento alle lotte nei confronti delle navi saudite Bahri con i suoi carichi di armi pesanti e esplosivi destinati alla guerra in Yemen e in Siria.

Dallo sciopero indetto due anni fa per bloccare un carico destinato alla guerra in Yemen su una Bahri, a oggi, passando per la manifestazione di un anno fa contro il transito di esplosivi a bordo di un’altra Bahri dagli USA diretto alla guerra siriana, gli armatori sauditi attraverso l’agenzia genovese Delta e il Terminal GMT avevano chiesto a più riprese alla Procura la testa dei portuali del CALP. Per quale colpa?
La colpa di avere messo in pratica in questi due anni, con le associazioni e i movimenti contro la guerra e per i diritti civili ciò che il Parlamento ha approvato poco dopo lo sciopero nel porto di Genova del 2019 e confermato alla fine del 2020: lo stop alla vendita di bombe e missili ad Arabia e Emirati, utilizzati per colpire la popolazione civile in Yemen.
Nel frattempo, la Procura di Roma, pochi giorni ha aperto un’indagine contro i responsabili della RWM Italia produttrice degli ordigni e dell’UAMA, l’agenzia del Ministero degli Esteri che autorizza l’esportazione di armamenti, a seguito delle morti civili procurate in Yemen e documentate da Amnesty International. È di questi giorni la notizia che il Presidente USA Biden ha rivelato che è stato Bin Salman, Principe della Corona dell’Arabia Saudita, a fare scannare il giornalista dissidente Kashoggi nel consolato saudita a Istanbul.
La Procura di Genova sostiene che il CALP si è reso colpevole di avere strumentalizzato la protesta con “dispositivi modificati in modo da renderli
micidiali”. I bengala e i fumogeni utilizzati dai portuali per attirare l’attenzione sulle navi dalle stive e i ponti piene di armi e esplosivi diretti a fare stragi sarebbero “micidiali”, non le armi e gli esplosivi caricati sulle navi. In realtà il CALP ha usato un’arma “micidiale”, ossia lo sciopero. Questo ha fatto tremare gli armatori e i terminalisti: non i razzi luminosi e i fumi colorati, ma che il traffico criminale di armi non sia solo criticato idealmente ma sia bloccato materialmente dai lavoratori.
Rivolgiamo un invito alla Digos e alla Procura. Ad acquisire dall’Agenzia Delta e dal Terminal GMT i documenti di carico e di destinazione delle merci trasportate dalle navi Bahri verso gli Stati del Medio Oriente, compresa la Turchia che, denunciata dalla stessa procura per la nave Bana in relazione all’embargo libico, impiega in Siria contro i civili le armi sbarcate dalle Bahri a Iskenderun. Che in particolare a segnalino alla Procura di Roma l’Agenzia Delta quale rappresentante delle navi Bahri che hanno trasportato dall’Italia le bombe della RWM incriminate per la strage civile procurata in Yemen.
Li invitiamo infine a non essere sottomessi alle denunce di chi con ipocrisia e arroganza parla di pace ma vive del commercio delle armi, come ci ha ricordato Papa Francesco: «I lavoratori del porto hanno detto no. Sono stati bravi! E la nave è tornata a casa sua. Un caso, ma ci insegna come si deve andare avanti
».

COLLETTIVO AUTONOMO LAVORATORI PORTUALI DI GENOVA

 

 

Circolo Culturale Proletario di Genova

Marzo 2021